Crisi: Quali rimedi?

Crisi: Quali rimedi?

29 ottobre 2013 0 Di

IL DIBATTITO: CRISI DEL LIONISMO, PARLIAMONE – 1

Riccitiello:”Riportiamo il club al centro dell’Associazione”. Distretto e Multidistretto confondono i soci con le loro iniziative calate dall’alto

Chiunque si interessi alla vita della nostra Associazione si interroga sulle ragioni della crisi che da qualche anno, almeno in Italia, ma non solo, l’ha colpita.

I Lions italiani sono diminuiti di numero, da giugno 2010 a settembre 2013, di 4.516 soci (ben il 9 per cento), che fa seguito alla diminuzione – da giugno 2008 a giugno 2010 – di 2000 unità: in totale negli ultimi cinque anni vi è stata una perdita netta di ben 6.500 soci.

Dal punto di vista dell’operatività di servizio, ed in una visione allargata all’intero Multidistretto, la situazione non appare migliore. Salve le felici eccezioni, l’azione dei Club è spesso appannata, saltuaria, quasi occasionale e quindi scarsamente significativa, per cui è legittimo chiedersi se i nostri Club siano ancora, come dovrebbero, il punto di riferimento della collettività in cui operano, sensibili alle carenze sociali e disponibili a farsi carico delle ingiustizie e delle situazioni di disagio per ovviarvi o quanto meno attenuarle.

Perché è accaduto tutto questo?

Le cause sono molteplici e non è possibile individuarle tutte, ma proverò ad evidenziare quelle che ritengo le più vistose, prescindendo da quelle riconducibili ai mutamenti sociali ed economici che indubbiamente hanno pesato e pesano anche sul nostro corpo sociale.

Rimanendo all’ambito organizzativo ricordo che in passato, e fino agli ultimi anni, molti Lions con incarichi di responsabilità hanno smarrito il valore della centralità del Club, hanno perso di vista che, nell’Associazione, è il Club che, attraverso i suoi soci, agisce, opera ed attua, nel territorio, gli scopi del Lionismo, per creare invece, progressivamente, una sorta di supplenza impropria dei Club da parte dei Distretti e del Multidistretto.

E così molti Distretti hanno impegnato i Club a realizzare service inevitabilmente sovrapponibili o sostitutivi di quelli locali,  determinando  confusione, sconcerto e disaffezione. Dal canto suo il Multidistretto, anziché limitarsi ai suoi compiti istituzionali, ha sviluppato, con service pluriennali e permanenti, giunti fino al numero abnorme di sette, una attività internazionale certo meritoria, ma sicuramente impropria.

Tutto ciò ha concorso a cagionare una regressione dell’attività di servizio di molti Club, quasi intimiditi o mortificati dalle iniziative di organi erroneamente ritenuti superiori; ha aumentato la naturale pigrizia di molti che si sono ritenuti soddisfatti di aderire ai proposti service distrettuali e multidistrettuali; ha drenato le già scarse disponibilità finanziarie dei Club e li ha allontanati dal collegamento con il territorio.

A questo si è accompagnato, o forse ne è stato anch’esso conseguenza, il palese crepuscolo del cosiddetto nuovo corso del Lionismo italiano e la constatazione del sostanziale insuccesso del service promozionale. Avevamo creduto che l’impegno assistenziale e culturale potesse e dovesse essere sostituito dalla ricerca delle cause del disagio economico e sociale, dalla progettazione e dall’esecuzione dei possibili rimedi, dalla verifica dei risultati, ma le nostre speranze sono state vanificate dai limiti e dalle concrete possibilità anche economiche dei Club, dagli ostacoli presso che insormontabili dati dall’annualità degli incarichi, dalla brevità dell’anno sociale, dall’inadeguatezza del meeting quale luogo di studio, approfondimento, discussione e verifica

Ed ora, come abbiamo visto, siamo in crisi, né essa è ovviabile, a mio parere, con scorciatoie, quale quella proposta dalla nostra rivista nazionale di raccogliere in Italia ben cinque milioni di euro, cifra enorme, per una grande e, a distanza di anni, non ancora identificata realizzazione di servizio. E’ chiaro che, se questa idea si realizzasse, l’impatto sulla collettività nazionale sarebbe significativo: ma avrebbe conseguenze migliorative sulla vita dei Club? E legherebbe di più i soci ai loro Club? O non avrebbe per caso, paradossalmente, un impatto negativo (del tipo: abbiamo già dato, cosa si pretende ancora?). Non solo: quale struttura occorrerebbe creare preventivamente per la raccolta, la gestione e l’impiego di una simile somma? Si profila inevitabilmente lo spettro di un enorme apparato burocratico di cui davvero non si sente la mancanza.

Io credo che, abbandonate le facili illusioni fine a sè stesse, occorra ripartire dai fondamentali, ed in questo convincimento non sono solo perchè nuovi Governatori e nuove leve hanno dimostrato e dimostrano di condividere questa impostazione.

Non vi è dubbio che molti soci, insoddisfatti dell’azione, o della non azione del Club, vi si sono allontanati; che molti Club si sono disinteressati del territorio in cui operano o dovrebbero operare, limitandosi a finanziare service centralizzati e a vivere un’opaca vita associativa che si identifica in una successione di meeting indifferenziati.

Così però non si va da nessuna parte: occorre, per chi voglia il bene dell’Associazione, uno scatto di orgoglio.

Lo ha fatto, nel nostro Distretto TA3, Chiara Brigo; lo hanno fatto, in altri Distretti, i Governatori recenti, con un ripensamento dell’azione lionistica che inizia dal rapporto con i Soci, che debbono essere guidati dal codice etico ed in particolare dalla prima e dalla quinta proposizione di esso.

La prima: “dimostrare, con l’eccellenza delle opere e la solerzia del lavoro, la serietà della vocazione al servizio”.

“Dimostrare”: non “affermare”, o “sperare”, o “auspicare” o “promettere”, ma fornire la prova con dati concreti. E “fornire la prova” della serietà della vocazione al servizio, non di una semplice generica disponibilità ad essere utile quando si sia richiesti di farlo, perché “vocazione”  è, in senso letterale, “chiamata” ed indica la volontà di adottare e seguire un modo o una condizione di vita di condivisione e disponibilità verso i meno dotati, economicamente o spiritualmente, per attenuare le differenze ed eliminare i bisogni.

A rendere maggiormente impegnativa questa “prova” è la specificazione che la proposizione etica ne dà: essa deve  essere fornita con le attitudini di vita trascorsa, cioè “con l’eccellenza delle opere e la solerzia del lavoro”. E quindi il “lavoro” è l’elemento qualificante, cioè l’operatività, l’impegno quotidiano (“solerzia”), la dedizione di vita per costruire per sé stessi e per gli altri una migliore società, e per ottenere l’”eccellenza” dei risultati raggiunti.

Questi requisiti debbono essere posseduti dal socio, che in forza di essi sarà parte attiva della compagine sociale, ma anche dall’aspirante socio, prima della sua ammissione al Club. E’ chiaro che, se noi facessimo questa semplice indagine prima di cooptare un nuovo socio, non avremmo delusioni, né abbandono del Club perché chi è motivato al servizio e capace di realizzarlo trascina gli indecisi e trova nell’impegno associativo la sua gratificazione.

I soci così qualificati devono, secondo la quinta proposizione dell’etica, perseguire tra loro l’amicizia, cioè la comunione intellettiva ispirata da affinità di sentimenti e da reciproca stima e fiducia. Amicizia che è fine a sé stessa perché da essa trae vitalità l’impegno associativo, ed attraverso di essa si esplica l’attività di servizio che deve essere il fine unico del Club. Solo così si creerà una nuova autentica affezione dei soci ai loro Club ed un ritorno dei Club all’indispensabile collegamento con il territorio in cui operano, con ricadute favorevoli per l’intera Associazione.

 

Livio Riccitiello

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